ispezione

Quanto dura

Quanto dura una perizia nautica?

quanto dura

Una delle domande che più frequentemente mi vengono poste è: Caro perito, Sì capisco che bisogna fare prima l’ispezione dello scafo,degli interni e poi la prova in mare, ma quanto dura una perizia nautica? 1-2 ore?

Purtroppo mi dispiace deluderti ma in due ore non ho controllato neanche lo scafo.

Un’altra affermazione altrettanto ricorrente è quella ” Non ho mai visto Una perizia fatta così” il che mi porta a pensare:

A chi ti sei affidato? In due ore per quanta esperienza tu abbia è praticamente impossibile che sia riuscito a guardare tutto e a fare una perizia completa e dettagliata in così poco tempo.

Quindi quanto tempo ci vuole?

Per effettuare una perizia come dovrebbe essere effettuata, è importante partire dal presupposto che, per vedere un qualcosa in maniera minuziosa, in modo tale da poter scrivere un report dettagliato di un’imbarcazione che non si è mai vista prima, c’è bisogno di tempo.

Chiaramente, dipende da cosa bisogna ispezionare, se solo lo scafo, se una perizia completa, se solo barca in acqua con prova in mare.

Ovviamente, più cose fai, più aggiungi ore al monte ore finale.

Ma partiamo dall’esempio completo che può potenzialmente riguardare una fetta più larga di persone, a questo conteggio al massimo si leva qualche ora al conto finale se si escludono alcuni parametri.

Uno dei parametri fondamentali è quello della lunghezza dello scafo; mettiamo il caso che l’imbarcazione in questione sia circa 16 m, in media uno scafo di un’imbarcazione per essere ispezionato correttamente deve subire più step:

  • Ispezione Visiva
  • Tap Test
  • igrometria
  • termografia
  • ultrasuoni eventuali

Per poter effettuare tutte queste operazioni su un’imbarcazione di questo tipo, come minimo ci vorranno dalle 3 h alle 5 h, in base alla quantità di anomalie riscontrate e al grado di approfondimento necessario. Per imbarcazioni più grandi sarà plausibile che ci voglia più tempo, il che implica la possibilità di dividere la perizia in più giorni di lavoro.

Ma va ricordato che le ore menzionate sopra, fanno solo parte dell’opera viva, il che implica che ce ne vorranno altrettante per fare opera morta ed interni.

Ma perché va fatta anche un’ispezione interna?

Ebbene sì mio caro lettore, effettuare esclusivamente un’ispezione a scafo lascia il tempo che trova , poiché se si tratta di problematiche grossolane e facilmente intuibili, una semplice ispezione scafo può bastare ma quando si tratta di indicazioni più subdole , e difficilmente distinguibili, l’unione delle due ispezioni potrebbe portarti ad una concausa e identificare un problema che altrimenti sarebbe stato impossibile da individuare.

Ma quindi cosa si ispeziona internamente?

Per prima cosa, si verificano le aree che potrebbero essere più sensibili a piccoli impatti o vibrazioni, come le sentine in prossimità del bulbo nelle barche a vela o i longheroni nelle sale macchine delle imbarcazioni a motore, ma mica ci si limita a questo.

I motori e i loro invertitori sono altrettanto importanti da ispezionare, in quanto rappresentano un grande valore unitario all’interno dell’imbarcazione e possono influire positivamente o negativamente nell’acquisto di un’imbarcazione, ma non ci si limita solo a controllarli, ma anche a testarli attraverso la prova in mare.

Senza dimenticarci che andranno ispezionati anche i serbatoi e gli altri impianti di bordo , il che implica l’accumularsi di ore di lavoro.

Quindi in definitiva, quanto dura una perizia ?

Chiaramente non si può dare una risposta certa, ma mettiamo il caso vada tutto per il meglio , quindi scafo perfetto e tutto funzionante , partiamo da un minimo di 6h, (le ore possono aumentare esponenzialmente in base alla quantità di problemi riscontrati), fino ad arrivare alle 9-10h per un 16 metri su una barca più problematica.

Quindi, per la scelta del vs. perito, cercate di capire anche quante ore lui stima il lavoro e, se dice che in mezza giornata si fa tutto, direi che può tranquillamente scattare un “Allarme” e cercare qualche professionista più serio. Ho trattato più nel dettaglio l’argomento in questo articolo.

Per aiutarti nella scelta ci siamo qui noi.

Facciamo parte del gruppo canadese Consultco INC. ed abbiamo alti standard ispettivi in modo da garantirti un’alta qualità sia durante le fasi di acquisto che durante le fasi di riparazione e refitting.

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sinistri marittimi

Sinistri marittimi nel 2025 cosa abbiamo imparato?

Come ogni anno, è uscito il report sui sinitri marittimi dell’IIMS e, da buon associato dell’IIMS, ho diligentemente esplorato il bollettino ed analizzato la cosa cercando di interpretarlo al meglio.

sinistri marittimi

Perché i sinistri marittimi o incidenti si ripetono

La prevenzione moderna nei sinistri marittimi non è più un’opzione, cosa ci insegnano i report IIMS e come le ispezioni con drone stanno cambiando la prevenzione

Ogni perito nautico o navale con esperienza lo sa: quando un armatore chiama dopo un incendio, una grave infiltrazione o un cedimento strutturale, il problema non nasce quel giorno.
Quel giorno è soltanto il momento in cui il danno diventa visibile. Ma il processo che ha portato a quell’evento è quasi sempre iniziato mesi, talvolta anni prima.

Il Safety & Loss Prevention Briefings Compendium 2025, pubblicato dall’International Institute of Marine Surveying, raccoglie centinaia di casi reali di sinistri marittimi. Analizzandoli nel loro insieme emerge una verità tecnica tanto semplice quanto scomoda: la maggior parte degli incidenti non è casuale, ma prevedibile.

La delaminazione di una struttura, la corrosione nascosta che lavora in silenzio, il surriscaldamento progressivo di un cablaggio o cricche di movimento non sono eventi improvvisi. Sono processi lenti, silenziosi, misurabili. Il problema non è che non esistano segnali premonitori: il problema è che, nella maggior parte dei casi, nessuno li sta cercando con metodo e con gli strumenti giusti.

Per decenni il concetto di “ispezione” è stato associato quasi esclusivamente alla verifica visiva. Un controllo competente, certo, ma pur sempre limitato a ciò che l’occhio umano può vedere, toccare e raggiungere. Oggi, con imbarcazioni o navi sempre più complesse, compartimentate, dotate di numerosi impianti e compartimentazioni stagne, questo modello non è più sufficiente.

Perché gli incidenti continuano a ripetersi

Una delle domande che i report IIMS pongono in modo diretto è: perché gli stessi tipi di incidente continuano a ripetersi?

La risposta non è da ricercare in un improvviso peggioramento delle competenze o in una sfortuna collettiva. È molto più semplice e, allo stesso tempo, più inquietante: la maggior parte delle imbarcazioni viene monitorata solo quando qualcosa smette di funzionare. La manutenzione è quasi sempre reattiva, non preventiva.

Questo significa che infiltrazioni, microfratture, ossidazioni e surriscaldamenti vengono individuati quando il danno è già strutturalmente avviato. A quel punto, l’intervento è più costoso, più invasivo e spesso non completamente risolutivo.

Nella marina commerciale, l’analisi dei dati evidenzia che gli incidenti ripetuti non sono causati da incompetenza o casualità, ma dalla persistenza di procedure di controllo insufficienti. Le manutenzioni tendono ad essere reattive, i controlli visivi sono limitati e le aree critiche rimangono non documentate.

Gli incidenti più comuni derivano da:

  • Degrado strutturale progressivo, spesso nascosto all’interno di compartimenti chiusi
  • Difetti impiantistici e cablaggi sottodimensionati
  • Cedimenti localizzati su punti critici come attacchi chiglia, basi d’albero e supporti delle strutture portanti
  • Sistemi elettrici e meccanici soggetti a sovraccarichi o malfunzionamenti che non vengono rilevati tempestivamente

In un contesto industriale come quello navale, anche un piccolo problema non rilevato può avere conseguenze economiche e operative enormi, dal fermo nave ai danni ambientali.

A questo si aggiungono i limiti fisici dell’ispezione tradizionale. Molte delle aree realmente critiche – strutture laminate chiuse, sentine profonde, attacchi chiglia, cablaggi nascosti, serbatoi – sono difficilmente accessibili o del tutto invisibili senza smontaggi importanti. Il risultato è che una parte significativa della barca rimane, di fatto, “fuori dal radar” della prevenzione.

Senza dati oggettivi, immagini ad alta risoluzione, rilievi termici e documentazione comparabile nel tempo, l’ispezione resta una valutazione qualificata, ma pur sempre soggettiva. Manca la possibilità di confrontare lo stato reale della nave o del manufatto, oggi, con quello di due o tre anni prima, e quindi manca la possibilità di individuare i primi segnali di degrado progressivo.

Contatti

Le quattro grandi famiglie di danno

Analizzando trasversalmente i casi riportati da IIMS, emergono quattro grandi categorie di danno che si ripetono con sorprendente regolarità.

  • Gli incendi di origine elettrica sono diventati sempre più frequenti con la diffusione di batterie ad alta densità o LiPo4, inverter e sistemi complessi. In moltissimi casi, il surriscaldamento dei cablaggi era presente molto prima dell’evento, ma non è stato intercettato perché invisibile a un controllo visivo tradizionale.
  • Le infiltrazioni e le delaminazioni strutturali rappresentano un altro grande capitolo. Microfratture, sigillature degradate e assorbimento d’acqua nelle strutture sandwich portano a una perdita progressiva di resistenza meccanica. Il danno cresce lentamente, fino a manifestarsi in modo improvviso e spesso grave.
  • I cedimenti strutturali, come chiglie, controstampi, basi d’albero e lande delle sartie, sono particolarmente critici perché concentrano sforzi elevati. Anche in questo caso il degrado è quasi sempre presente prima del collasso, ma resta nascosto.
  • Infine, le sentine e i volumi chiusi ospitano un degrado silenzioso ma costante: ristagni, contaminazioni, corrosioni che colpiscono serbatoi, longheroni e strutture portanti. Sono zone poco visitate, ma statisticamente tra le più coinvolte nei danni strutturali.

Ogni categoria mostra chiaramente che i metodi tradizionali di ispezione visiva non sono sufficienti per una prevenzione efficace, la soluzione? contattarci per trovale soluzioni ed organizzare programma periodico ispettivo per cadenzare la manutenzione e monitorare l’insorgere di problematiche secondo il metodo Consultco.

Caso studio: incidenti negli spazi confinati

Uno dei temi più delicati e purtroppo tragici nel settore navale riguarda gli spazi confinati, come sentine profonde, compartimenti tecnici chiusi e cisterne. Il Safety & Loss Prevention Briefings Compendium 2025 riporta un episodio in cui un operatore è deceduto durante un’ispezione in uno spazio confinato di una nave commerciale:

  • L’operatore è entrato in un compartimento senza un’adeguata valutazione dei rischi dell’atmosfera interna.
  • L’assenza di monitoraggio continuo dell’ossigeno, dei gas tossici e della ventilazione ha portato a una situazione critica in pochi minuti.
  • L’incidente ha evidenziato la vulnerabilità degli spazi confinati e la necessità di strumenti di ispezione remoti e tecnologicamente avanzati, in grado di limitare l’esposizione umana diretta.

Questo tragico caso è un esempio chiaro di come la prevenzione non possa essere affidata solo a procedure manuali o controlli visivi. L’integrazione di tecnologie come i droni indoor, equipaggiati con sensori gas, telecamere HD e rilevatori di atmosfera, permette oggi di:

  • mappare completamente lo spazio prima di consentire l’ingresso del personale
  • rilevare anomalie strutturali, infiltrazioni o accumuli di gas tossici senza esporre operatori
  • documentare ogni condizione critica in modo tracciabile e ripetibile

In altre parole, il drone non è solo uno strumento di comodità, ma una misura di sicurezza attiva che può prevenire incidenti mortali.

Perché oggi l’ispezione deve cambiare

A questo punto una conclusione è inevitabile:

Continuare a basarsi esclusivamente sull’ispezione visiva spot significa accettare consapevolmente un margine di rischio sempre più alto.

Un’ispezione singola, senza dati, è, per quanto competente, un’opinione. Un’ispezione supportata da immagini ad alta risoluzione, termografie, rilievi ultrasonici e documentazione comparabile nel tempo diventa invece una diagnosi tecnica.

Ed è qui che entrano in gioco le ispezioni drone-based di proprietà, Consultco, il mostro main partner.

Come i droni stanno cambiando la prevenzione

I droni dotati di strumentazioni NDT permettono di accedere a volumi chiusi e spazi difficilmente raggiungibili, di effettuare rilievi termografici e ultrasonici, di acquisire immagini ad alta definizione e di costruire una documentazione tecnica che può essere archiviata e confrontata nel tempo.

Il survey non è più una fotografia istantanea, ma diventa un vero monitoraggio strutturale dell’imbarcazione. Si passa dalla reazione alla previsione.

Cosa cambia per l’armatore

Per l’armatore questo si traduce in meno fermi Nave imprevisti, minori costi straordinari, maggiore sicurezza per l’equipaggio o i lavoratori esterni e una migliore rivendibilità dell’imbarcazione. Una barca monitorata è una barca che mantiene il valore.

Il Metodo Consultco Marine survey™

La Consultco Marine Survey ha sviluppato un metodo strutturato che integra analisi del rischio, ispezione con droni, spessimetria, termografia, scansione 3D, reportistica tecnica e pianificazione degli interventi, trasformando la prevenzione in un processo continuo in supporto agli audit che periodicamente vengono effettuati a bordo.

Dalla teoria alla pratica: implementare un metodo sistematico

Un approccio efficace alla prevenzione nel settore navale non si limita a controlli sporadici. Richiede un metodo strutturato, integrando:

  1. Analisi dei rischi e priorità dei compartimenti critici
  2. Ispezioni con droni per accesso, termografia, ultrasuoni e visivo
  3. Documentazione tecnica dettagliata e tracciabile
  4. Piano di manutenzione preventiva basato sui dati raccolti
  5. Verifica periodica dei miglioramenti e monitoraggio continuo.

Questo schema permette di ridurre significativamente il rischio di incidenti e di ottimizzare i costi di gestione.

Conclusione

I report IIMS del 2025 confermano una verità chiara: gli incidenti navali non sono eventi casuali, ma processi progressivi prevenibili.

  • La prevenzione richiede dati oggettivi e tracciabili
  • I droni rappresentano uno strumento avanzato per la sicurezza navale
  • Un metodo sistematico consente di intervenire prima che i problemi diventino gravi

Adottare questo approccio significa trasformare il rischio in gestione controllata, riducendo incidenti, fermi nave e costi imprevisti.

Cosa aspetti? contattaci

PCA per sostituzione motore

PCA – Post Construction assessment, modifiche rilevanti e cosa fare quando installo le batterie al litio

PCA – Post Construction assessment, modifiche rilevanti e cosa fare quando installo le batterie al litio.

PCA per sostituzione motore

PCA – Post Construction Assessment

Il Post Construction Assessment (PCA) rappresenta una fase fondamentale per garantire che un’imbarcazione, una volta completata o sottoposta a interventi significativi, risponda agli standard di sicurezza. Non si tratta soltanto di un collaudo, ma di una verifica strutturata che prende in considerazione l’insieme dei sistemi di bordo, i materiali e la documentazione tecnica.

La PCA risulta obbligatoria, non solo al termine della costruzione, ma anche in occasione di interventi complessi come lo sbarco e la reinstallazione dei motori principali, il rifacimento dell’impianto elettrico o di riparazioni strutturali importanti dello scafo e delle sovrastrutture. In questi casi, infatti, controllare che ogni componente sia stato reinstallato e testato correttamente riduce drasticamente il rischio di problemi futuri e garantisce il buon esito della PCA.

Per l’armatore, questo si traduce nella tranquillità di ricevere un’imbarcazione che ha superato un’ulteriore fase di validazione indipendente. Per i cantieri, rappresenta un valore aggiunto che tutela la reputazione e riduce le contestazioni post-consegna.

Installare Batterie al Litio a Bordo: Come Affrontare la Post Construction Assessment (PCA)

Come già discusso in un articolo precedente, negli ultimi anni le batterie al litio si sono imposte anche nel settore nautico: leggere, potenti, rapide nella ricarica e capaci di garantire cicli di vita molto più lunghi rispetto alle tradizionali piombo-acido. Tuttavia, la loro introduzione a bordo non è mai un’operazione banale.
Se un’imbarcazione è stata progettata e certificata con un sistema piombo-acido, la sostituzione con batterie al litio comporta una modifica sostanziale. Questa modifica incide sulla sicurezza e i peroi a bordo e quindi rientra a pieno titolo nei casi previsti dalla normativa europea (Direttiva 2013/53/UE) che obbligano ad avviare una Post Construction Assessment (PCA).

In questo articolo analizziamo passo per passo cosa deve fare un armatore per essere in regola, quali controlli vengono svolti e quali sono gli aspetti critici dei sistemi di protezione delle batterie al litio.

Perché serve la PCA quando installo batterie al litio

Molti armatori si chiedono: “Se cambio solo le batterie, perché dovrei rifare la certificazione CE?”.
La risposta sta nel fatto che le batterie al litio hanno caratteristiche radicalmente diverse:

  • Modificano la stabilità data la differenza di peso e la riduzione degli spazi.
  • Necessitano di un sistema di pompe di sicurezza per l’immersione di emergenza.
  • Rilasciano elevate correnti in pochissimo tempo.
  • Sono sensibili a sovraccarichi e scariche profonde.
  • Possono andare incontro a fenomeni di thermal runaway (surriscaldamento incontrollato).
  • Necessitano di un sistema di gestione elettronico (BMS).

Tutti questi elementi modificano i rischi legati all’impianto elettrico e antincendio della barca. Ecco perché la normativa prevede una valutazione tecnica completa (PCA).

Il percorso dell’armatore: passo dopo passo

Valutare la necessità della PCA

Appena si decide di passare al litio, l’armatore deve essere consapevole che, l’imbarcazione non è più conforme alla certificazione CE originaria, ed è necessario avviare la procedura di PCA con l’aiuto di un tecnico qualificato o di un organismo notificato.

Scegliere un tecnico o un organismo notificato

Il primo passo pratico è rivolgersi a un Perito nautico o ingegnere navale esperto di impianti elettrici e certificazioni, ricercare un Organismo notificato abilitato a rilasciare PCA per imbarcazioni da diporto.

Questa figura sarà il punto di riferimento e guiderà l’armatore in tutto il percorso.

Raccolta della documentazione

Per avviare la PCA occorre fornire:

  • Schede tecniche delle batterie al litio e del BMS.
  • Manuali dei caricabatterie, inverter, alternatori collegati.
  • Schema elettrico aggiornato dell’impianto di bordo.
  • Risk assessment.
  • Manuale del proprietario originale della barca per aggiornamento.

Più la documentazione è completa, più il processo sarà rapido.

Analisi tecnica e studio dei rischi attraverso il Risk assessment

Il tecnico valuta:

  • Compatibilità delle nuove batterie con i sistemi esistenti.
  • Necessità di adeguare alternatori e caricabatterie.
  • Impatto su stabilità e distribuzione dei pesi.
  • Nuovi rischi legati al fuoco e alla protezione dei cavi.
Adeguamenti dell’impianto

Adeguare l’impianto è una parte più operativa e tecnica, dove si devono eseguire le operazioni come da norme ISO 13297, ISO 10133 e ISO 16315, come la sostituzione o adeguamento dei cablaggi (dimensionamento in funzione delle correnti), inserendo protezioni contro cortocircuito e sovraccarico oltre che la realizzazione di un vano batterie idoneo (ventilazione, isolamento da fonti di calore, protezione da urti possibilmente in acciaio con la possibilità di essere).

Verifiche e test funzionali

Dopo l’installazione si procede con i test:

  • Controllo che il BMS funzioni correttamente (interrompe la carica in caso di sovratensione o temperatura eccessiva).
  • Verifica dei caricabatterie: curve di carica adeguate al litio.
  • Test di scarica controllata.
  • Controllo termico con termocamere o sensori.

Emissione della PCA

Se tutto è in regola, l’organismo o il tecnico redige:

  • Una nuova Dichiarazione di Conformità CE.
  • L’aggiornamento del fascicolo tecnico della barca.
  • Eventuali raccomandazioni operative per l’uso e la manutenzione.

I controlli sul sistema di protezione delle batterie al litio

Il cuore della sicurezza delle batterie al litio è il BMS (Battery Management System) e il corretto dimensionamento e posizionamento dei dispositivi di protezione.

Durante i controlli per il rilascio del Post Construction Assessment vengono eseguiti diversi monitoraggi, come sul BMS attraverso il controllo delle celle, in quanto il BMS deve bilanciare e proteggere ogni singola cella, valutate le protezioni da sovraccarico utilizzati come interruzione della carica quando si verifica un superamento delle soglie di controllo, una potezione da scarica profonda. Chiaramente ogni sistema è a sè ed alcuni possono essere visibili esclusivamente attraverso lo smontaggio e l’apertura della scocca come nel caso del BMS della MG.

Vanno inoltre controllati i cablaggi, valutando che siano di sezione adeguata alle correnti più elevate tipiche del litio e protezioni da movimenti e urti oltre che ad una protezione possibilmente dallo sversameto ed all’occorrenza all annegamento in caso di incendio.

Conclusione

L’installazione di batterie al litio non è un semplice “upgrade” tecnico, ma un intervento che modifica radicalmente la natura dell’impianto elettrico e dei rischi a bordo.

Eseguire l’intero percorso della PCA comporta vantaggi concreti partendo da una sicurezza reale, riducendo i rischi di incendio e guasto elettrico; una copertura assicurativa che in assenza di PCA potrebbe trovare il vincolo per non pagare se non addirittura chiedere la rivalsa, oltre che una certificazione in più che permetta di mantenere alto il valore della tua imbarcazione, poichè un cambiamento rilevante dichiarato e registrato sul manuale del proprietario potrà certificare la buona fattura e garantire un valore maggore nel tempo rispetto ad imbarcazioni similari.

Ah quasi dimenticavo anche un refitting importante in fase di design interni che porta ad uno sbilanciamento dei pesi a bordo richiede questo tipo di procedura.

Ciao da Marco De Simone

Marine surveyor e tecnico Controlli non distrittivi

osmosi a scafo

Osmosi barca – Tutto quello che devi sapere sull’OSMOSI nelle barche in vetroresina

Osmosi barca – Tutto quello che devi sapere sull’OSMOSI nelle barche in vetroresina

Introduzione al fenomeno dell’osmosi

Per una qualsiasi persona che almeno una volta nella vita abbia mostrato interesse al mondo della nautica si è prima o poi trovato davanti una parola, “l’osmosi“; cos’è questa osmosi e per quale motivo c’entra con il mondo della nautica? Signore e signori purtroppo non si finisce mai di imparare e la chimica come la fisica sono ovunque e sono la base del mondo che ci circonda, e la nautica non fa eccezione.

Detto con parole semplici, l’osmosi è un processo chimico-fisico poichè ha caratteristiche sia chimiche che fisiche ed avviene principalmente in ambiente acquoso e permette il passaggio attraverso una superfice semipermeabile dell’acqua per via di una differenza di densità, questa differenza di densità, aziona il processo osmotico, ossia il passaggio dell’acqua da un lato ad un altro per cercare di equilibrare la differenza in termini di densità.

Cos’è l’osmosi, il processo e perchè si generano le bolle osmotiche nella vetroresina?

miscelazione della resina

Come spiegato in precedenza l’osmosi è un processo chimico-fisico che avviene principalmente in ambiente acquoso e sfrutta la differenza in termini di densità per permette il passaggio attraverso una superfice semipermeabile dell’acqua.

Nel mondo della nautica, la superfice semipermeabile è rappresentata dalle resine termoindurenti, queste resine per quanto possano essere fatte a regola d’arte e miscelate con il catalizzatore in maniera perfetta, se guardate al microscopio presentano delle porosità e queste, mediante la differenza di densità vengono riempite attraverso il processo omotico, ossia azionando il passaggio dell’acqua da un lato ad un altro per cercare di equilibrare la differenza in termini di densità, quindi banalmente la proprietà di assorbire l’acqua da parte della vetroresina, o per meglio dire, l’acqua che si vuole far assorbire a forza dalla vetroresina.

Questo avviene, poichè, l’acqua ha la tendenza a riempire le aree con una differenza di densità infiltrandosi all’interno delle porosità intrinseche alla vetroresina ed è aiutato da un altro processo chimico detto idrolisi (argomento che esaminiamo nel dettaglio qui), il quale permette all’acqua di scindere i legami chimici all’interno della resina termoindurente e generando nuove aree in cui l’acqua può infiltrarsi e continuare il suo processo e nello stesso tempo danneggiarlo a livello microscopico.

Va da sè, che questo processo, avvenendo a livello microscopico ha una lunga durata nel tempo ed è influenzato dalla tipologia di materiali e dalle tecniche utilizzate che possono allungare o ridurre i tempi di assorbimento dell’acqua e di conseguenza l’invecchiamento del materiale composito.

Perchè l’osmosi è un problema?

osmosi a scafo

L’osmosi può essere considerato come una malattia della resina, in sè non risulta essere un problema se non a lungo termine, nell’ordine delle decine di anni, in quanto, l’ingrandimento delle bolle osmotiche ed in concomitanza con il processo di idrolisi che invecchia la resina fa perdere le sue proprietà strutturali del materiale.

Ma quindi quando si crea l’osmosi e diventa un problema?

L’osmosi si genera quando nelle prime fasi di fabricazione dell’imbarcazione, durante il processo di preparazione della miscela di resina termoindurente e catalizzatore questo non viene fatto seguendo perfettamente le proporzioni i modi ed i tempi esplicitati dal produttore, generando dei grumi di catalizzatore non reagito ed intrappolato all’interno della resina indurita.

Questa presenza di grumi di catalizzatore che non hanno reagito durante la fase di miscelazione della resina termoindurente può essere descritto come una malattia della barca, la quale assorbendo acqua per osmosi nel momento in cui entra in contatto con il grumo di catalizzatore e lo riempie per differenza di densità.

A seguito della reazione tra acqua e catalizzatore il grumo aumenta di volume spaccando l’area circostante, solitamente in senso orizzontale seguendo il verso della fibra di vetro e sviluppandosi in termini di volume fino al totale consumo del catalizzatore.

Perchè è pericolosa l’osmosi?

La bolla osmotica può interessare sia un area limitata e quindi rimanere localizzata, che essere diffusa ed affliggere un area più estesa, poichè, se in presenza di tante bolle (o “blister osmotici”) molto vicine le une alle altre possono essere rappresentate come un unico grande difetto non permettendo più allo scafo di supportare determinati stress di carico riducendo lo spessore di vetroresina su cui scarica gli sforzi la barca.

Va da sè che il problema non è solo la creazione di una bolla ma anche di un distaccamento interlaminare tra i vari livelli di vetroresina, il che comporta una grave perdita delle caratteristiche strutturali non potendo più affrontare determinate condizioni meteo aumentando il rischio di affondamento.

L’individuazione delle bolle osmotiche rappresenta un problema di sicurezza vitale per una barca e per il suo proprietario e rappresenta oltre ad una perdita in termini di sicurezza anche ad una perdita di valore della stessa in quanto da considerarsi come una barca malata e da riparare.

I falsi miti dietro l’osmosi e dell’igrometro cerca osmosi

Essendo l’osmosi un argomento caldo nel mondo della nautica, ha fatto in modo che si sviluppassero tutta una serie di teorie e falsi miti che vanno dalla cura, a come individuarlo con la creazione di altrettanti personaggi cercatori di osmosi tipo Ghostbuster, generando un sottobosco di informazioni forvianti, che non risultano avere un reale fondamento ma per lo più sono legate a doppiofilo all’osmosi generando confusione.

Tra le teorie antiosmosi che si leggono dal web una di queste è l’applicazione di gelcoat, questo componente è di base utilizzato per la rifinitura delle imbarcazione ed è applicata nella prima fase di preparazione dell’invaso femmina, poichè viene utilizzato anche per evitare l’icollaggio della resina all’invaso, permettendo che questo si stacchi con facilità al termine della lavorazione dello scafo.

Quindi per quale motivo viene frainteso che il gelcoat serva per proteggerlo dall’osmosi?

E’ plausibile che questo accada poichè il gelcoat è sì, composto a base resina poliestere o epossidica, ma questo non implica che il gelcoat non essendo composto di sola resina, acquisisca per intero le caratteristiche di impermeabilità della resina con cui è misceato, quindi no, il gelcoat non protegge dall’osmosi.

In realtà non si conosce il reale motivo per cui si suppone che aggiungendo più strati di gelcoat o più strati di antivegetativa questo protegga la barca dal processo di osmosi, ma in realtà è l’inverso, in quanto, proprio la capacità assorbente della antivegetativa e dello stesso gelcoat, impedisce alla vetroresina di asciugarsi nel momento in cui la barca è stata alata in cantiere, creando un ambiente umido che non rallenta il processo.

Questo avviene, poichè, avendo l’antivegetativa o il gelcoat maggiori capacità assorbenti, rilasciano con più difficoltà l’acqua, impedendone la corretta asciugatura ed intrappolandola alimentando la possibilità di nuova osmosi e nuova idrolisi.

E’ plausibile che questa intuizione venga dal fatto che più strati si applichino più sia difficile che l’acqua venga assorbita, ma questa teoria non ha alcun fondamento, anzi è plausibile che la presenza di gelcoat sopra gli ultimi strati di vetroresina sia controproducente rispetto alla sua totale assenza.

Perchè l’igrometro non trova l’osmosi?

igrometro per lettura umidità scafo

La funzione dell’igrometro è quella di distinguere la percentuale di umidità all’interno di un manufatto, sia esso di vetroresina, legno o cemento, senza che il materiale analizzato venga danneggiato per effettuare analisi sui campioni.

Questo strumento attraverso l’utilizzo della radiofrequenza o della conducibilità elettrica del materiale permette di raccogliere dati sull’umidità, senza danneggiarlo, consentendolo di rientrare di diritto nella categoria delle prove non distruttive, ossia in inglese NDT “non distructive testing”.

Come detto in precedenza, l’osmosi è la proprietà che permette all’acqua di farsi assorbire dalla vetroresina e la bolla osmotica è solo una conseguenza dell’assorbimento dell’acqua che reagisce con il grumo di catalizzatore che non ha correttamente reagito durante la miscelazione della resina termoindurente in fase di costruzione.

Va detto che il risultato della reazione tra catalizzatore e acqua genera un acido con PH4 (circa) con il forte odore di aceto.

La presenza di questo acido e della sua eventuale bolla non visibile, non viene rivelata dall’igrometro, in quanto lo strumento distingue esclusivamente la quantità di umidità all’interno del materiale composito, non permettendo di riconoscere dove ci sia o no una bolla osmotica.

E’ plausibile che a barca completamente asciutta con meno del 50% di umidità, se applicato lo strumento in corrispondenza della bolla, questa risulterà uniforme allo scafo, non permettendo di distinguere una variazione tangibile, in quanto, la percentuale di umidità all’interno della bolla risulterà omogenea allo scafo.

Quindi sempligicando, sempre per effetto osmotico, le parti di acqua contenute nella bolla di osmosi cercheranno di livellare la quantità di liquido al di fuori di essa, prosciugando il contenuto della bolla stessa e lasciando un vuoto al suo interno.

Esiste uno strumento capace di riconoscere le bolle osmotiche?

Gli unici strumenti capaci di distinguere una variazione nel materiale sono presumibilmente 3:

  • L’occhio umano, preferibilmente di un professionista esperto che conosce le tecniche per individuarlo.
  • gli ultrasuoni possono sì distinguere il difetto in sè ma spesso la grandezza essendo inferiore al diametro della sonda , questa viene facilmente confusa con una porosità intrinseca del composito generando una grossa difficoltà nella distinzione nel difetto e l’interpretazione dell’echo, risultando poco affidabile
  • un altra tecnologia in fase di sviluppo e non ancora largamente utilizzata è la shearografia (argomento non ancora approfondito in quanto una nuova tecnologia) che sollecitando il materiale attraverso calore e vibrazioni promette di distinguere difetti all’interno dei materiali compositi.

Va comunque detto che l’utilizzo di queste inadgini strumentali risultano particolarmente onerose e non sempre possono rappresentare un buon investimento, rispetto all’ausilio di un perito nautico specializzato decisamente meno oneroso e altrettanto affidabile.

L’osmosi affligge tutte le resine?

La tecnologia come anche un miglior controllo durante le fasi di produzione si è evoluto nel tempo, questo ha portato uno sviluppo delle tecnologie dietro le resine termoindurenti che sono partite dalle resine poliestere ortoftaliche , passando per le resine isoftaliche e vinilestere fino ad arrivare alle resine epossidiche, esaminiamo nel dettaglio le differenze qui.

Chiaramente la diminuzione dell’assorbimento osmotico e dell’invecchiamento del materiale attraverso l’idrolisi è stato drastico, sia nel passaggio tra resine ortoftaliche ed isoftaliche, che ancor di più con l’avvento delle resine vinilestere ed epossidiche, riducendo al minimo la porosità, come anche l’utilizzo dell’intrusione sottovuoto della resina in fase di costruzione, che ha ridotto al minimo le imperfezioni.

Infatti è sempre più raro riscontrare questo tipo di difetti su barche costruite con questo metodo, ma sarà solo il tempo a confermarlo, in quanto il processo è molto lento e si aggira sull’ordine dei 15-20anni.

Come individuare l’osmosi?

Ad oggi, l’unico metodo valido per identificare l’osmosi è un ispezione visiva dello scafo, questo difetto si manifesta inizialmente attraverso delle bollicine o differenze di colorazione/ombreggiature dell’antivegetativa che rappresentano un indicazione da dover tener presente.

La sola indagine visiva non permette di stabilire la tipologia di difetto, poichè come detto inizialmente, anche il gelcoat ha parti di resina al suo interno che deve catalizzare per solidificarsi, e molto spesso la sua miscelazione non essendo strutturale viene eseguita con un criterio meno rigido rispetto alla vetroresina, motivo per cui le bolle di osmosi più frequenti sono rappresentate da osmosi superficiale tra lo strato di gelcoat e lo strato esterno di vetroresina.

Ma come si ha la certezza che quella sia una bolla di osmosi interlaminare?

L’unico metodo per stabilire che la bolla di osmosi sia effettivamente una bolla interlaminare è rompendola attraverso un puntello e scavando per capire quanti e se coinvolge gli strati di vetroresina.

A seguito della rottura della bolla questa appare con una colorazione leggermente ambrata e dal chiaro odore di aceto, un ulteriore conferma è l’utilizzo di un tester del PH come la cartina tornasole, che attraverso il risultato da PH5 a 3 confermermerà la presenza di una bolla osmotica.

A chi rivolgersi per individuare le bolle osmotiche

perito nautico intento a cercare bolle di osmosi

Individuare le bolle osmotiche non è mai banale e può aiutare vedere la barca mentre è ancora bagnata a seguito dell’alaggio, o vederla controluce, ad ogni modo un professionista esperto può utilizzare diverse metodologie per distinguerla con efficacia.

Come proteggersi dall’osmosi?

Partiamo dal presupposto che una barca con l’osmosi o ci nasce o non ci nasce, quindi a meno che non siano passati 20 anni e l’osmosi non sia già uscita, la prevenzione è obbligatoria.

L’unico modo per proteggere una barca dall’insorgere di bolle osmotiche è effettuare un trattamento antiosmosi ossia l’applicazione di resina epossidica a scafo, per effettuare questa tipologia di trattamento la barca andrà portata a zero rimuovendo gli strati di antivegetativa e gelcoat se necessario.

A scafo nudo la barca andrà lasciata asciugare fino al raggiungimento di un livello minimo di umidità, questo dipenderà dal grado di invecchiamento del materiale composito, a seguito dell’asciugatura si dovranno applicare più strati di resina epossidica i quali creeranno un rivestimento protettivo con caratteristiche impermeabili nettamente superiori a qualsiasi tipo di resina termoindurente, rallentando il processo osmotico e fermando l’invecchiamento del materiale.

Va detto che in generale l’applicazione di un trattamento antiosmosi in fase precauzionale, viene spesso applicato sopra lo strato di gelcoat, mentre solo su barche che hanno subito la sabbiatura viene applicato direttamente sulla vetroresina.

Va da sè che come tutti i trattamenti questo sarà temporaneo, in quanto con il tempo il trattamento potrebbe perdere la su efficacia, pertanto si richiede una verifica delle condizioni con cadenza quinquennale, una buona idea potrebbe essere in occasione della rimozione completa dell’antivegetativa portando lo scafo a zero e non la classica discatura.

Come va trattato lo scafo in caso di presenza di bolle osmotiche?

La bolla di osmosi è il risultato finale di un “non” perfetto processo di miscelazione dei due componenti, resina e catalizzatore, che a seguito dell’assorbimento dell’acqua da parte del materiale composito e dell’incontro dell’acqua con il grumo di catalizzatore, questo attraverso il processo osmotico genera la bolla osmotica.

Possono esistere più scenari su cui operare in presenza di una bolla osmotica:

  • Nel caso in cui la bolla sia localizzata e non diffusa su tutto lo scafo, questa andrà rotta e attraverso una levigatrice si dovranno rimuovere tutti gli strati di resina coinvolti dalla bolla, arrivando fin dove non si nota più un distaccamento della fibra, dopo di che, si andranno ad applicare nuovi strati di fibra di vetro fino a ricostruire lo spessore originale,applicare nuova resina e poi rifinire.
  • Nel caso in cui le bolle di osmosi siano diffuse su aree maggiori o su tutto lo scafo, andrà presa in considerazione la sabbiatura dello scafo, questa tecnica pur essendo più dispendiosa rispetto alla discatura localizzata, quando si tratta di aree molto estese, potrebbe permettere l’individuazione con più facilità di tutte le aree coinvolte e porterà alla luce tutte le bolle osmotiche anche quelle non visibili, logicamente a seguito della sabbiatura la quantità di fibra di vetro da utilizzare sarà proprozionale alla superfice e allo spessore in cui le bolle erano localizzate.

Perchè alcune aree subiscono l’osmosi ed altre no?

Bisogna considerare che la barca è per lo più un manufatto artigianale e immaginare a quanti parametri questa è sogetta durante il processo produttivo e a quanti di questi possono variare, come:

  • la temperatura ambientale
  • I tempi di miscelazione
  • Le proprzioni
  • I prodotti utilizzati e da come era conservati
  • l’operatore o più operatori coinvolti nel processo di miscelazione e laminazione.

tutti questi parametri possono generare la possibilità che si creino i grumi o per dirla peggio “la malattia” e solo il tempo e l’invecchiamento del materiale possono far sviluppare.

Questa tipologia di intervento a seguito delle alte temperature raggiunte durante la fase di indurimento è sconsigliato effettuarle durante la stagione estiva, e tra asciugatura, preparazione e lavorazione effettiva, sempre considerando le disponibilità dell’resinatore e del cantiere potrebbero durare oltre il mese di lavoro.

Conclusioni

L’individuazione ed il trattamento delle bolle osmotiche è di fondamentale importanza, poichè la loro presenza potrebbe inficiare strutturalmente lo scafo e rivolgersi ad un perito esperto potrebbe aiutarvi nell’individuazione e nel valutare la gravità del fenomeno, ho scritto un articolo su come scegliere il perito nautico qui.

Chiaramente nel momento in cui si presentasse sulla propria imbarcazione o sulla futura questa tipologia di problematica , questo non vuol dire che la barca non sia sicura o da buttare e come tutte le cose su una barca possono essere riparate, delle volte anche migliorandola rispetto a come era in origine.

In fase di preventivo effettuare più richieste e chiedere opinioni ad altri proprietari che hanno dovuto affrontare la medesima problematica per individuare il resinatore migliore per le vostre esigenze, anche farvi consigliare dal vostro perito di fiducia, ossia io :), potrebbe proporvi validi resinatori per aiutarvi a risolvere il vostro problema.